Visioni Laterali

13 Set, 2020 – 08 Nov, 2020

E’ possibile riuscire a trovare al giorno d’oggi un efficace dialogo tra artisti che hanno sempre volutamente lavorato fuori dagli schemi della storia dell’arte tradizionale e contemporanei affermati che giocano la loro poetica su tematiche e modalità pittoriche affini? Il filo rosso che lega entrambe le stagioni artistiche si potrebbe ritrovare proprio negli elementi di contemporaneità e nella persistenza di modelli “laterali” che non sempre possono fare riferimento ad outsider. 

Se difatti, partendo da alcuni nomi della collezione di naifismo della Fondazione Un Paese di Luzzara, che presenta autori anche già riconosciuti della scena irregolare, si arriva a rafforzare un’idea di contemporaneità ed a stabilire un proseguimento di percorso anche nelle giovani generazioni, si possono riscontrare caratteristiche comuni e complessita’ formali decisamente intriganti. Questo per dimostrare come alcuni cosiddetti “brut”, pur nella loro apparente ingenuità figurativa e a volte mancanza di studio e preparazione, abbiano in realtà elementi oltremodo in comune coi contemporanei che avvicinano le apparenti distanze. 

Abbiamo scelto di associare la figurazione primitiva e ancestrale di Pietro Ghizzardi ai lavori di Silvia Argiolas, Buell, Laura Fortin e Gilberto Giovagnoli in particolare per quanto riguarda la ritrattistica. Artista dibattuto e controverso, coi suoi ritratti femminili dove mischia erbe e fuliggine, Ghizzardi ci introduce all’eterno mistero della donna che in vita lo affascinava e terrorizzava al contempo, creatura misteriosa e angosciante, incombente nella sua prorompente sensualità, preda e cacciatrice, belva e madre, che l’artista delineava con tratti decisi e spigolosi, col rigore del bianco e nero, aiutandosi talvolta con il collage. 

Sagome fiere e allucinate, che talvolta digrignano i denti, demoni e archetipi come ritroviamo anche nella poetica di Silvia Argiolas, nella quale la femmina diventa sogno e incubo dei desideri maschili. Cosi come Ghizzardi scandisce i piani con un tratto nero marcato e grovigli di linee che determinano la figura che era solito spiare quasi con un innocente voyeurismo, Argiolas, registrando anch’essa le pose e le abitudini delle frequentatrici della miseria dei locali notturni, intrerpreta con una pittura “sporca” lo sguardo pornografico e desiderante dell’uomo medio, mescolando assieme acrilico, pastelli e smalti per unghie, mostrando una femminilità perversa, oltremodo agghiacciante e feroce, dalle linee sghembe e deformanti, sintomo di un violenza maschilista di fondo. Diverso è il discorso autobiografico di Laura Fortin, che di Ghizzardi riprende il lato più introspettivo e simbolico, quello dello scavare nel proprio animo, oltre che il segno graffiante e incisivo. 

Amazzone incompresa, che si muove in solitudine, anch’essa figlia di uno stereotipo archetipico e dai grandi seni cadenti, imprigionata in una visione maschile disturbante, che la relega ad autocensurarsi, la sua donna mantiene uno sguardo infantile sulle cose, quello stesso stupore intimo di cui l’artista del Po ammantava i suoi stati d’animo. 

Buell e Gilberto Giovagnoli sono due artisti di raccordo tra i mid-career e gli irregolari e anch’essi si legano alle tematiche ghizzardiane seppure esulino dalle raffigurazioni femminili. L’artista francese recupera con una modalità grafica la dimensione psicologica disturbata e il linguaggio infantile della rappresentazione, che assume connotazioni espressioniste. Mettendo in luce una sorta di critica alla borghesia parigina, l’artista combatte i pregiudizi sociali svelando ciò che sta dietro alla mera apparenza, ricavando dalla povertà umana quell’afflato poetico che ritroviamo nei nostri pittori naives. Interessante il confronto tra il ritratto di Mussolini di Ghizzardi e la sfilza dei gerarchi nazisti di Gilberto Giovagnoli. 

Gli occhi color carbone che vibrano di un fuoco interiore, nel volto austero e rigoroso del duce, di cui si coglie una forte introspezione, ben si avvicinano al disegno dei generali tedeschi a biro e pennarelli che si mostrano nella grande parata drammatica del loro Male assoluto. Le linee sovrapposte che si vanno a sovrapporre in un labirinto segnico, le scritte, le provocazioni, la beffa sempre in agguato fanno di Giovagnoli un geniale outsider che unisce arte e letteratura, come fece lo stesso Ghizzardi, esplicitando il suo pensiero con la libera scrittura e inserendo frasi con un suo particolare lessico nelle opere. Artista particolarmente rappresentativo di un filone visionario e street, El Gato Chimney trova riferimenti vicini ai lavori pittorici e scultorei di Rosario Lattuca e agli animali rabbiosi di Gino Covili. 

Nei suoi dipinti si vedono figure esoteriche, animali magici, un primitivismo sacro vicino ai mostri alati di Lattuca, che dalla Sicilia arriva nella Bassa Reggiana portando un carico di folcklore e originalità. Covili racconta invece sapientemente la sua terra, fatta di animali che lottano per la sopravvivenza, sicuramente con una connotazione visiva più realista rispetto agli altri irregolari al punto da non potere essere catalogato. 

Con un moto ondulato del segno racconta delle radici forti col suo territorio montano che hanno ben poco di poetico ma che con la loro potenza primitiva e arcaica sollecitano al contrario una forte indagine critica. I paesaggi caotici di Tommaso Buldini e Laurina Paperina si affiancano decisamente per la carica visionaria alle opere di Rina Nasi e Bruno Rovesti. Figura artistica isolata quella di Rina Nasi della quale Cesare Zavattini disse “basta imbroccare un nero che si illumina tutto”. Contadina semplice e schietta che dipingeva per farsi passare il mal di testa, i suoi paesaggi dai colori accesi si muovono su di una prospettiva distorta, che scandaglia l’incoscio e ricordi mai esistiti, al limite del fantastico e della surrealtà. 

Colori intensi che si ritrovano anche nella ricerca psicanalitica di Buldini, artista che costruisce mondi paralleli popolati da creature occulte, legandosi all’immaginario infantile delle fiabe e del gioco. Lo stesso accade nel florilegio di personaggi di Paperina, dove personaggi disneyani incontrano protagonisti di un pianeta pop e coloratissimo, mentre con una raffigurazione apparentemente semplice e fumettistica, ricca di dettagli inaspettati, prende campo una sagace ironia. 

Un universo fiabesco e onirico simile a quello di Rovesti, pittore contadino celebre e autodidatta come amava essere definito, “grande tuo malgrado” secondo un’esclamazione di Zavattini, che non amava mercanteggiare i suoi quadri (e forse per questo non ebbe il successo che meritava) ma aveva uno straordinario senso del colore. Alberi variopinti, casette nelle golene del suo amato grande fiume, descrivono un piccolo mondo decorativo pregno di lirismo e poesia, schietto ed agreste. Un piccolo paradiso terrestre sgrammaticato, fatto di quella quotidianità a cui in fondo tutti aneliamo. 


Opere

Allestimento