Un mansueto raggio

7 Novembre – 22 Dicembre, 2013 

Un mansueto raggio

E’ difficile individuare qualsiasi azione con la pretesa di chiamarla “un omaggio a Davide Mansueto Raggio”. Davide può essere conosciuto solo attraverso la sua storia, ma ancora più attraverso le sue opere. In ogni opera di Davide c’è tutto Davide: il suo modo di comunicare, la sua natura e il suo rapporto con il mondo e il difficile e forzato riconoscimento di sé stesso, maturato fra le mura dell’ o.p., a contatto con la sua arte o forse grazie ad essa. 

Ancora prima che la dichiarazione di Alma Ata nel 1978 definisse i concetti di salute, Davide aveva raggiunto il suo ”equilibrio – al di là della salute e della malattia – nella società”, in questa società di internati del manicomio di Genova-Quarto Davide si era conquistato i suoi spazi vincendo anche resistenze istituzionali, ma mai a discapito dei suoi “colleghi” ricoverati. In primavera cominciava a raccogliere le palme per poi, nei giorni prima di Pasqua, andare negli uffici della A.S.L. ad offrire per poche lire agli operatori le palme intrecciate pronte da benedire. 

Con un topino che lo andava a trovare tutti i giorni divideva un pezzo di focaccia o un morso di frutto raccolto nel bosco. Il topolino si aggirava nel suo atelier in assoluta tranquillità, tra foglie secche, intrecci di vitalba, pinocchietti costruiti col legno di sambuco e poi disegni e pitture realizzati con giornali bruciati (il color nero) e mattoni grattugiati (il rosso) o installazioni di “Sassomatto”. Ricordo la sua tristezza quando l’ atelier “prese” fuoco e trovò il topolino morto. Nel suo sguardo (uno sguardo indimenticabile) si leggeva molta rabbia, ma sono sicuro che la sua tristezza fosse causata dal fatto che si era arrabbiato e questa consapevolezza lo turbava molto: mai i suoi Personaggi del Bosco lo avrebbero fatto arrabbiare!… 

Gli fu dato un nuovo spazio, vicino alla sede-atelier dell’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli dove incontrava l’amico Claudio Costa, allora presidente dell’IMFI, col quale divideva i frutti raccolti nel bosco. Tra i primi dipinti che vidi, e ne rimasi ammirato, ne ricordo in particolare uno che rappresentava una stanza con una sedia in un lato, illuminata da un una sorgente di luce proveniente da una finestra virtuale; un altro rappresentava un animale (tipo dinosauro) che lottava con un nugolo di api che lo circondava (mi ricordava King Kong che scacciava gli aerei sul grattacielo di New York) ed un altro ancora, in bianco/nero, rappresentativo di due figure mitologiche poste una di fronte all’altra, come un incontro tra un umano ed un centauro. 

E tanti, tanti Pinocchietti, decine, forse centinaia, posti ai lati dei corridoi che portavano agli atelier, come un pubblico danzante che omaggiava la gente di passaggio… a me sembrava di sentire grida di folla osannante e musica di tamburi di accompagnamento in una grande festa tribale…, ma ad altri (specie per chi da anni lavorava in quel luogo) creava un effetto contrario: di tristezza! Dopo la scomparsa di Claudio, Davide per lungo tempo smise di creare. 

Per lui la morte di un artista era incomprensibile, tanto più quella di Claudio. Diceva: “Gli artisti non muoiono mai” . Ma dopo quasi un anno si veniva a sfogare da noi, con le sue nuove certezze: “Amedeo Nazzari era un grande artista, e Claudio Costa era un grande artista ( infatti Claudio, “Costa”…), ma sono morti. Quindi anch’io, che sono un artista, un giorno morirò…” 

Nel piccolo cimitero di San Colombano Certenoli, il giorno del nostro ultimo saluto, volemmo porre un suo piccolo Pinocchietto davanti al feretro, prima che chiudessero la colombaia affinché, insieme, Davide e il Pinocchietto continuassero il loro misterioso percorso in un mondo che mai sarà descrivibile, così come indescrivibile e non codificabile fu in queste mura manicomiali il rapporto tra lui e i suoi Personaggi del Bosco.

 

Opere