Superfici d'istanti

Paul Duhem, Donald Mitchell, Gianluca Pirrotta

29 Ottobre – 31 Dicembre, 2010

 

Ogni cosa ha il suo nome. Cose diverse hanno nomi diversi e cose simili subiscono la tirannia dell’indistinguibile. Quando, invece delle parole parlano le immagini chiamiamo un insieme di oggetti simili ‘ripetizione’. E se non fossero oggetti ma eventi? Se non si trattasse affatto di un ripetere ma di un insieme che fosse nella sua interezza estraneo o in un rapporto speciale, alle singole parti? E ancora, se quello che per qualcuno è lo stesso oggetto fosse per un altro, ogni volta una cosa completamente diversa perché osservata in una diversa prospettiva? Dopotutto non si nasce con la capacità di distinguere un certo oggetto: la si apprende riportando eventi percettivi diversi ad una entità medesima. 

Nominare è anche questo: distinguere nel mondo. Una cosa distinta è una cosa che deve essere sempre uguale a se stessa. E i momenti non lo sono. Ognuno è diverso e una cosa, la stessa cosa, è diversa se ritratta in momenti diversi. Gli artisti presentati mettono da parte l’intenzione di fermare il tempo sulla superficie artistica e si misurano con la loro stessa attività, con il loro essere nel mondo, con il fluire delle loro percezioni. E’ un dialogo, quello tra loro e il foglio. E a noi è la possibilità di ascoltarlo. 

Donald Mitchell interroga superfici che vibrando, dischiudono una ricchezza di umanità. Sembra strappare i suoi personaggi alle superfici piene che caratterizzavano le sue prime prove al Creative Growth o instaurare con quella densità una trattativa perché si discosti un poco. I suoi disegni invece che un risultato, un resoconto di quella trattativa, ne sono le fasi, il suo stesso farsi. Viene da chiedersi chi siano quelle persone che emergono incerte ma il loro essere è mutevole soggetto alle intenzioni interpretative contingenti e umorali del loro autore; surfisti, operatori del Centro, gli stessi personaggi diventano in alcuni momenti queste persone in altri ancora altre persone perché la loro determinazione non è intenzionata. 

Nel cambiare i nomi a personaggi che diventano puri significanti Mitchell è fedele al motivo fondamentale della sua arte: la rappresentazione dell’accadere, la documentazione dell’essere in diversi momenti, quella che ci fa dire di una stessa cosa che adesso è un termosifone adesso è bianco, adesso è ferro, adesso è un pezzo d’arredo. Interrogato sugli altri frequentatori dello studio del Creative Mitchell ha dichiarato di non avere amici (Rivers: 38); non abbiamo dichiarazione analoghe da parte di Gianluca Pirrotta ma la sua convivialità farebbe senza dubbio propendere per una risposta diversa. Quel che sappiamo per certo però è che per questo giovane artista “amici” sono le figure che si intravedono tra le linee orizzontali e verticali che sembrano definire i futuristici grattacieli delle sue composizioni. 

Dettagli di spazi che trascendono la superficie del foglio invadono fisicamente lo spettatore occupandone tutto lo spazio visivo. Questi intrecci di linee claustrofobiche come la piovosa Los Angeles di Blade Runner si diradano a sufficienza per mostrare talvolta figure quasi aliene che sembrano voltarsi verso di noi sorprese nel loro fare quotidiano eppure rimandando l’idea di non poter fare niente altro che essere lì per noi. 

Fedeli al loro autore e alla loro sorte, stupite che questi abbia deciso di fornire ad altri le speciali lenti a raggi X che permettono di osservarli, interrogano noi chiedendoci cosa potremmo vedere in altri palazzi, in altre città. Un oscillare quel che Pirrotta mette sul foglio, noi-loro, dentro-fuori, scoprire-scoprirsi che resiste l’istante. Una specie diversa di movimento è quella che Paul Duhem, un autentico genio che ha affidato a un’incredibile gamma di colori pieni e sgargianti due unici soggetti, porte e uomini-automa, richiede al suo spettatore. L’andare oltre, l’aprire le sue porte e il penetrare i suoi sguardi. 

In Duhem non c’è l’affanno del farsi di Mitchell né l’interpellare l’altro di Pirrotta, c’è invece una pacatezza che invita, una tranquillità serena che è di chi ha trovato il proprio posto nel mondo. Volere o meno aprire le sue porte e interrogarsi su quel che potrebbe trovarvisi dietro, volere o meno cogliere l’intreccio di colori e di sfumature muscolari delle espressioni che Duhem affida a visi-modello (automi per questo, perché mero sostegno dell’ineffabilità dell’espressione) è una questione che fa tutta capo allo spettatore: il loro autore è già stato in quelle stanze, ha già visto i caratteri e le profondità d’animo di chi ha vissuto quelle espressioni. Cose che cambiano. Trattare superfici ma parlare di istanti.

Opere

Allestimento