Puzzle

Franz Kernbeis | Curzio Di Giovanni | Alexis Lippstreu

18 Febbraio – 17 Aprile, 2011

La teoria classica dell’errore si fonda sull’idea che esista un mondo oggettivo e pensiero indipendente e che sia possibile per il pensiero riflettere il mondo così come esso è: il mondo precede cioè i nostri sensi e le nostre elaborazioni. Esiste la possibilità per il pensiero di aderire perfettamente al mondo, di pensarlo cioè senza errori e di tornare ad esso per verificare la propria correttezza. L’errore consiste nella mancata corrispondenza tra pensiero e mondo. 

“Distorcere” significa non rappresentare la realtà correttamente ma in modo scusabile e perfino divertente come accade nella satira e nell’arte figurativa, o in modo odioso per qualcuno ma perfettamente plausibile per altri come accade nell’ideologia.

Alexis Lippstreu, Curzio Di Giovanni e Franz Kernbeis non potrebbero essere più distanti esteticamente parlando ma hanno più di poche cose in comune, più di una semplice cosa. Il lavoro comincia da un modello: le persone per Di Giovanni, nelle loro versioni già rappresentative di immagini, fotografie o ritratti; le cose per Kernbeis, immagini di cose, vedute di cose; i disegni di altri per Lippstreu, piuttosto che le opere d’arte di altri, che poi casualmente sono Degas, Manet, Gauguin. 

Lippstreu, sembra liberare il soggetto dipinto dalla sua elaborazione per riportarlo allo stato vergine di modello vivente e infondergli nuova vita; Di Giovanni nella sua enfasi di aspetti gioca ironicamente con la figura mettendone in luce caratteristiche inconsuete che forse in un altro universo potrebbero essere quelle che fondano tassonomie; 

Kernbeis cortocircuita il reale svelando l’archetipo simbolico: i suoi disegni non hanno dettagli, perché sono dettagli del linguaggio dell’inconscio, sono significanti che fanno i significati. Sorprendente è la sicurezza; nel tratto senza esitazione di Kernbeis e Di Giovanni che sanno tracciare i contorni della figura e le sue ramificazioni interne letteralmente senza staccare la matita dal foglio; nella conoscenza della figura, cioè del risultato, come mostrano le continue cancellature e riscritture di Lippstreu. 

Lo stesso vale per gli elementi interni anche se definiti in un secondo momento: qui è la chiarezza di nodi, incontri di linee, luce ed ombre a manifestare tutto il possesso dell’oggetto. Ognuno utilizza tessere, le particolari venature interne di ogni disegno si confondono tra aspetti essenziali ma solitamente negletti della figura e i naturali margini degli elementi: l’occhio dell’osservatore si stupisce nello scorgere confini dimenticati o rimossi, che manifestano tutto il lavorio coordinato di occhio, cervello, cuore. 

Le figure che osserva sono parcellizzate, frammentarie, risultato di linee sicure nel tracciare pezzi, ma titubanti sull’identità generale, una identità che emerge fragile [cfr. Maranzano T. 2007], precaria, come lo stare insieme di un puzzle, un insieme che va assemblato senza alcun disegno sulla scatola perché il rompicapo è il mondo. 

Quasi liberatorio il colorare, sospende la tensione, calando omogeneo su vaste aree, delineando pieni e vuoti, spessori e prospettive. In un mondo frammentario e precario il colore sembra essere l’unica certezza, univoco, una coltre che nascondendo (dettagli) ristabilisce (identità). 

O forse auto-indulgenza, licenza poetica. Perché Franz Kernbeis, Curzio Di Giovanni e Alexis Lippstreu non dimenticano mai che il guardare è costruire, che il rappresentare è fare, come dice il rapporto fisico che tutti intrattengono con il proprio lavoro; e l’impossibilità di sapere quel che vedono gli altri obbliga alla delicatezza nelle proprie valutazioni, nelle proprie sicurezze. Chi dice “distorsione” dice anche “ecco il mondo: copiatelo”. 

Chi, attraverso un personale linguaggio, elabora visioni del mondo di tale coerenza come quelle del paesaggio simbolico di Kernbeis, della sistemazione originale e teatrale di Di Giovanni, della naturalizzazione dello stimolo di Lippstreu, dice invece che quella è solo la sua rappresentazione del mondo e che sicuramente ne esistono molte altre. Un certo isolamento comunicativo senza dubbio aiuta la fragilità delle proprie consapevolezze ma è una questione di sensibilità non imporle agli altri.

 

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