Maree

22 Settembre – 13 Novembre, 2011


Sono noti i manifesti delle Guerrilla Girls che lamentano la scarsità di esposizioni personali dedicate ad artiste fino a chiedersi se una donna debba essere nuda per entrare in un museo. Meno nota l’affermazione di Thévoz che discutendo le scoperte di Jean Dubuffet risalenti alla prima metà del XX secolo, riferisce che l’art brut, questo “fiore selvatico” si coglie tra gli illetterati piuttosto che tra gli intellettuali, tra i poveri piuttosto che tra i ricchi, tra gli anziani piuttosto che tra i giovani, tra le donne piuttosto che tra gli uomini ovvero dove nessuno si curerebbe di cercarla [Thévoz M. “An anti-museum”, in Hall M.D. e Metcalf W.Jr. The Artist Outsider, Smithsonian Institution Press, Washington and London, 1994: 64]. 

Nell’art brut, l’arte degli esclusi, degli emarginati, degli autodidatti, le donne sono naturalmente protagoniste. Non è certo il loro essere donne che le porta qui. Non esiste un’arte dei malati di mente più di quanto esiste un’arte dei malati al ginocchio, scriveva Dubuffet [si veda, L’Art Brut préferé aux arts culturels, Ottobre, 1949]: non esiste un’arte delle donne come non esiste un’arte degli anziani. L’arte è arte. 

Sono qui per il loro essere artiste. Il gesto non è mai quello di fare arte eppure sono qui proprio perché sono artiste. E’ il femminile del nome che le riunisce, non l’essere donne. In due casi sono anche anziane in un altro si potrebbe parlare di disabilità, in due di medianità, in un altro di audace anticonformismo sociale. Tutte categorie di comodo. Ma categorie che spiegano perché la loro arte costituisca una sfida molto più radicale di qualunque altra utilizzi i metodi propri dell’arte ufficiale per protestare contro l’arte ufficiale. 

O i metodi dell’arte per protestare contro la società, ma pur sempre di strumenti sociali si tratta. Le abbiamo unite per fare. Un fare che non è atto di resistenza ma di sopravvivenza, di prolungamento/pronunciamento nella vita. Intendo la materializzazione dei sogni di Christelle Hawkaluk che unisce frammenti di desideri secondo una logica della condensazione le cui suture si perdono nello spazio fiabesco dei suoi lavori diventando storie. 

Oppure il mondo inventato da Maria Callegaro Perozzo che è più di un mondo, una cosmologia, dove valgono un altro tempo e un altro spazio e dove le forze che tutti conosciamo sono traslate, trasfigurate per dare luogo a scontri tra entità che hanno qualcosa di viscerale ma arcaico, come mostri del labirinto. E a sua volta il mondo che solo Patricia Salen può testimoniare nelle pieghe del tempo e di cui diviene sismografo restituendone ogni sommovimento in vischiosità grafiche che sono tanto dense quanto traumatici gli eventi di cui sono registrazione. 

E la Sicilia di Maria Concetta Cassarà, tra l’invenzione e il mito, l’eden e la casa di marzapane; o le preghiere a Santa Rita di Jill Gallieni che nella loro ricchezza ossessiva perdono ogni consistenza semantica per restare pura unione tra lei e la protettrice. Segni di una vita che si produce e riproduce, una sfida radicale al sistema esistenza. 

Sarebbe fin troppo banale insistere sulla forza delle maree, acque chete che nel tempo modificano la geologia, come metafora del fare, del segno di queste artiste. Altrettanto banale associare la marea alla luna e di qui al fare femminile di artisti per un non caso tutte donne. Allora marea come segno della delicatezza che descrive il fare di queste autrici, una banalità di cui oggi, tra brutture di ogni specie, c’è più che mai bisogno. 

Nicola Mazzeo

Opere

Allestimento